01 | Una città senza barriere

Annalisa con il suo caneLa partenza

La scelta di impegnarmi per la mia città nasce da una ferita personale, dal bisogno di trasformare la mia intima esperienza di fragilità in uno strumento utile e di valore per una comunità. Sentivo che mancava una voce, che nella “città delle persone” e della sanità di avanguardia, nella città dove le cose effettivamente funzionavano, c’era fra le istituzioni, i servizi, e la gente, una distanza ancora da colmare perché, nonostante gli sforzi dei loro interlocutori pubblici, le persone e le loro famiglie continuavano a sentirsi sole, arrabbiate, distanti e inascoltate.
La mia scelta di fare politica è nata da un’urgenza: mettere a valore le cose che avevo vissuto, le cose che pensavo. Avevo il bisogno di provare a fare qualcosa, di non stare da sola alla finestra, ma entrare in quel circuito per legare tra loro tutte le risorse possibili, di costruire alleanze per il benessere delle persone.

È nato così il progetto “Reggio Emilia Città Senza Barriere”: prima fatto di visioni e spunti, e poi sempre più corposo, pieno di materiale, persone, idee, cose da fare. A poco a poco quel progetto ha preso la forma di una valanga buona, che va da sola, che rotola. In questi anni è cresciuto, è cambiato, si è nutrito della partecipazione diretta delle persone, del loro entusiasmo, del loro lavoro, delle loro intuizioni. Della loro passione. Della storia delle persone che lo hanno abitato e vissuto. Da un “me” questo progetto è diventato un “noi”.

Centinaia di persone, associazioni, istituzioni ed enti sono oggi direttamente coinvolte nel progetto. Sono state impiegate energie per lottare, discutere, combattere per allargare lo spazio dei diritti, per cercare una nuova forma di costruzione della nostra città.

Abbiamo lavorato con questo mandato: abbattere le barriere – architettoniche e mentali – realizzando un nuovo modo di pensare con e per la disabilità.

A poco a poco centinaia di persone nella loro fragilità hanno capito che il rapporto con i servizi pubblici non era solo fare richieste, e hanno iniziato a mettere qualcosa a servizio degli altri. Ma a poco a poco è accaduta la cosa più inaspettata: abbiamo trovato come città il coraggio di essere fragili e di mettere questa fragilità a servizio degli altri.

Credo che oggi sia questo l’incanto di città senza barriere.

Se prima mi muoveva l’urgenza oggi mi muove la responsabilità di proseguire questo viaggio, nei confronti di tutte le persone che ci hanno lavorato e messo delle cose, nei confronti delle esperienze attraversate insieme. La responsabilità di promuovere il cambiamento che abbiamo visto essere possibile anche in altri contesti, non solo quelli della disabilità.

Un nuovo protocollo  firmato da 72 tra enti, imprese, associazioni e fondazioni del territorio

Oltre 70 soggetti  si sono impegnati a sottoscrivere  un nuovo Protocollo operativo per dare forma più precisa agli impegni che i diversi soggetti, individualmente e collettivamente, si assumono per rendere Reggio Emilia sempre più una città senza barriere, tutelare e promuovere i diritti di tutte le persone. Il documento contiene impegni precisi che tutti gli enti, imprese, associazioni e fondazioni del territorio hanno condiviso e che realizzeranno in molteplici ambiti: per facilitare l’accessibilità e la mobilità urbana, per innovare l’offerta dei servizi socio-assistenziali e socio-educativi; per favorire un lavoro dignitoso, inclusivo e valorizzato,  per lo sport sempre più inclusivo, per valorizzare la cultura della fragilità, per progettare un’educazione e la formazione con modalità inclusive e abilitanti, per garantire azioni,  occasioni e opportunità di relazione delle persone più fragili.

Tutta la vicenda del progetto Reggio Emilia Città senza barriere è raccontata nel libro “Senza barriere. La città di tutte le persone“, un’ampia raccolta delle voci, delle azioni e degli effetti sulla città del progetto. Il libro racconta dieci anni di lavoro fatto per l’abbattimento delle barriere e per garantire la piena partecipazione di tutta la cittadinanza, anche quella più fragile. Attraverso testimonianze, approfondimenti fotografici e riflessioni, viene restituita la complessità del percorso intrapreso che rappresenta non solo un progetto amministrativo, ma anche un’esperienza che ha coinvolto intere comunità, stimolando una riflessione collettiva sul concetto di inclusione e sulla necessità di superare stereotipi e pregiudizi.

IL FUTURO
Generalizzare gli effetti all’interno dei sistemi di servizi

Il patrimonio di conoscenza che abbiamo acquisito merita di non essere sprecato, lo vogliamo usare come punto di partenza dei progetti per la vita delle persone e delle comunità. La vita è una, tutta insieme. Anche quando si attraversano momenti di fragilità.

I servizi per le persone con disabilità stanno diventando un tramite per uscire, lavorare, amare. Vivere.

Dobbiamo continuare a srotolare un filo rosso che intrecci tutto. Tessuto insieme dalle anime della città: teatri, sport, cultura, ristoranti, negozi, scuole, musei, biblioteche, aziende. E, solo dopo, i luoghi e le prestazioni erogate dal servizio.

Credo sia arrivato il tempo di riprogettare e rinnovare e rinforzare la struttura organizzativa dei servizi, e credo che vada fatto con le persone che lavorano in quei servizi insieme alle persone che ne usufruiscono. Insieme, senza barriere.

Reggio Emilia ha una lunga storia di cambiamenti e riorganizzazione dei servizi territoriali, e riorganizzare significa porsi delle domande per cambiare. Oggi crediamo che si debba lavorare ancora di più con lo sguardo della prossimità, della personalizzazione, della contaminazione, della condivisione di risorse e competenze per mettere sempre di più al centro le persone e non le procedure.

Crediamo sia necessario stare vicini alle persone quando iniziano a diventare fragili, non attendere che siano a terra. Crediamo che le persone fragili siano da accogliere in spazi di vita quotidiani, belli, non connotati come spazi di servizio. Crediamo che siano necessari percorsi di affiancamento che riconoscano valore alle persone, alle loro reti, alla comunità. Credo che vada ripensato il sistema dei servizi affinché le politiche della città siano per le persone, non per le patologie e le fragilità che le investono: è necessario ribaltare l’ottica e immaginare che la città, tutta, ogni politica, debba interrogarsi su come accogliere, sostenere e valorizzare le persone fragili.

Va fatta una riflessione per capire se il sistema dei servizi accreditati abbia raggiunto gli obiettivi che si prefissava e non possa essere migliorato o completamente trasformato, va semplificata e snellita la burocrazia, dicendoci con onestà che certi processi e certe leggi non funzionano.

Abbiamo costruito un mondo veloce, produttivo, performante, tecnico-specialistico, parcellizzato, … un mondo che oggi è esclusivo ed elitario, perciò inaccessibile ai servizi accreditati, alla mobilità per chi non disponga dei requisiti.

Un percorso su misura per me

Per le persone con fragilità non è affatto scontato potere determinare la propria vita. Si è rappresentati, interpretati, tradotti da associazioni, medici, familiari che sanno sempre cosa sia il meglio per ciascuna di loro. Ogni persona deve avere il diritto di poter partecipare direttamente alla costruzione del proprio percorso di vita, il diritto di esprimere il proprio parere su ogni cosa la riguardi…,  il diritto di scegliere, di amare, di avere passioni, di annoiarsi, e di cambiare queste scelte nel corso della vita.

Dobbiamo promuovere e sostenere il Profilo Esistenziale di vita in modo che tante persone con disabilità lo depositino presso la nostra anagrafe, e al tempo stesso diffonderlo nelle altre città perché pian piano questo progetto possa arrivare a spingere il Governo a farlo diventare una Legge.

Scuola ed inclusione

Partire dalle persone fragili significa preparare cittadini e cittadine che domani siano in grado di stare nella comunità percependosi come direttamente coinvolti/e e abili: tutto ciò lo si impara a scuola e in questo la presenza in classe di persone con disabilità, di persone fragili, così come di giovani caregiver, costituisce una reale opportunità per fare un’esperienza educativa e di civismo.

È necessario ragionare sull’apporto degli esperti, non valorizzarne unicamente la presenza in termini di quantità: a volte è la loro presenza “di fianco” che produce una ritirata di tutto il contesto scuola “normale” (insegnanti di materia e compagni di classe). Occorre aumentare la qualità di quella presenza e valorizzare le competenze che esistono e la progettazione anche sul contesto “classe”.

Nell’ambiente scolastico possiamo promuovere l’inclusione, lavorare sul creare relazioni fra pari con i compagni di classe, parlare del valore dell’inclusione e della sua importanza per gli altri.

Esiste poi un momento molto complicato nella vita delle famiglie: il passaggio dei figli e delle figlie con disabilità dalla scuola al dopo. Le difficoltà e le preoccupazioni di ogni adolescente e di ogni famiglia che affronta il termine della vita scolastica per affrontare le decisioni e le responsabilità della vita adulta sono per le persone con disabilità e per le loro famiglie ancora più marcate, perché l’incertezza sulla possibilità di cavarsela in autonomia è ancora più alta.

Stiamo lavorando con la scuola e le famiglie per non arrivare con smarrimento alla fine del percorso scolastico, per avere consapevolezza, per costruire insieme un passaggio verso quello che accadrà dopo. Senza rassegnazione e preclusioni, senza la paura che solo il lavoro sia l’unica possibilità, ma costruendo le migliori risposte e la maggiore autonomia, a partire dai desideri e dalle aspirazioni delle persone stesse. Anche in questo la presenza delle persone con disabilità è ricchezza: perché ci costringe a pensare che non valgo perché guadagno molti soldi, ho un lavoro, sono riconosciuto per il mio ruolo; ma valgo perché faccio qualcosa di importante per la mia comunità.

Sappiamo però che le famiglie hanno in questa fase di transizione un momento di totale smarrimento, e questo smarrimento è e deve essere un nostro problema, dobbiamo farcene carico.

Dopo la scuola: l’innovazione dei servizi

Come quasi ogni famiglia dopo la scuola (e in qualche caso l’Università) il lavoro appare come la soluzione, e spesso lo è: garantisce reddito, identità sociale, inserimento in contesti con persone non disabili.

Ma se questo non accade, se la disabilità è troppo importante e non consente di poter lavorare in una fabbrica, in un bar, in un negozio, cosa succede?  Viene meno la possibilità di un contesto inclusivo capace di accogliere e tenere in relazione persone con e senza disabilità come accade a scuola?

No, oggi non è più così.

Negli ultimi anni, il sistema locale dei servizi socio occupazionali e del tempo libero ha adottato una nuova struttura organizzativa: STRADE – Autonomia, Cittadinanza, Occupabilità. Non esistono già più singoli centri socio occupazionali come li abbiamo conosciuti per tanti anni, ma un sistema integrato di azioni, opportunità, dispositivi, che valorizzano la diversità in tutti i contesti della città, come valore per la collettività.

Il nuovo ambito socio occupazionale vuole offrire diverse strade, proprio come dice il nome del progetto, per permettere alle ragazze e ragazzi e agli adulti con disabilità di vivere esperienze di scoperta e apprendimento, di esperienza e occupazione, a partire dai desideri e dalle ambizioni di ciascuno persona, verso la sua massima autonomia e coinvolgimento nella vita della città. Ogni persona deve poter disegnare il proprio progetto di vita; deve poter apprendere e fare esperienza, cadere e riprovare, deve poter esprimere il diritto ad una cittadinanza piena, attiva, come membro della società, a prescindere dalla propria capacità produttiva.

Il primo importante cambiamento organizzativo è stata la struttura dei luoghi. Infatti, gli spazi diventano polifunzionali e non solo di servizio; luoghi aperti alla comunità, ai bisogni e alle opportunità del territorio; gli spazi offrono proposte a diversa intensità affinché ogni persona possa svolgere un percorso idoneo alle proprie necessità. Gli spazi che prima erano destinati alle attività inclusive sono stati riprogettati secondo una nuova logica di spazio. In questo nuovo approccio, abbiamo imparato che nessuna persona e nessun contesto sono neutri di fronte alla disabilità: o si è abilitanti o si è ostacolo. Anche la città deve imparare a diventare “abilitante”: ogni contesto pubblico e privato deve scegliere che posizione agire, se facilitare o ostacolare le persone, come rendersi accogliente, accessibile e praticabile, non solo rispetto alle barriere fisiche.

Ogni persona con disabilità è una persona, non solo un utente. Ha gusti, desideri, interessi, sogni, …perciò sperimenta, acquista, visita … il primo passo per iniziare questa strada insieme, persone e città, è quello di considerare non solo l’aspetto della disabilità, ma la persona intera, per tutto quello che porta e rappresenta per se stessa e per la comunità, nella fase di vita che sta vivendo, con le competenze che ha, ma anche rispetto alla possibilità di “imparare facendo”, vivendo nuove esperienze, e quindi, testando le proprie autonomie, che potranno essere facilitate o ostacolate nei diversi luoghi della città, rispetto all’interazione con i diversi attori: è in questo contesto che la persona vive e deve poter apprendere e sperimentare come farsi strade.

Il nuovo ambito socio occupazionale è solo all’inizio.  Abbiamo aperto decine di luoghi alle persone con disabilità e dobbiamo aprirne ancora.

Abbiamo lavorato per costruire stabili relazioni nel territorio in modo che sempre di più i progetti e le attività siano svolti in interazione con i contesti della città. Abbiamo iniziato ad accompagnare le famiglie in questo nuovo capitolo della vita, aiutandole ad orientarsi nel mare di opportunità che esistono sul territorio, provando a costruire insieme un percorso di senso.

Per costruire  insieme  il futuro delle persone fragili non possiamo tralasciare il ruolo svolto dalla  Fondazione Durante e Dopo di Noi di Reggio Emilia – ETS impegnata a costruire autonomie in vista del venir meno del sostegno familiare. La Fondazione  è costituita da una pluralità di fondatori a cui possono aggiungersene altri nel tempo ed è organizzata in una pluralità di organi al fine di consentire una partecipazione attiva di tutti alla gestione dell’ente.

Dobbiamo valorizzare le decine di associazioni fondate dalle famiglie delle persone fragili, e gli enti che lavorano sul territorio, che sono una grande ricchezza.

Lavoro e inclusione

Dobbiamo sviluppare un sistema organico di azioni e strumenti di protezione delle persone fragili sul mercato del lavoro, senza rinnegare la fragilità, ma riconoscendola nella sua dimensione di caratteristica propria dell’essere umano.

Riconoscere il mercato del lavoro nelle sue logiche e nel suo funzionamento, ispirando l’intervento dei servizi pubblici alla costruzione di opportunità ed alla collaborazione positiva con le imprese, e sempre meno orientato ad una azione coercitiva, basata sugli obblighi sugli adempimenti burocratici.

Superare l’idea che il lavoro sia l’unica opportunità di inclusione sociale e di affermazione della propria dignità per essere considerati adulti; una piena partecipazione alla vita della propria città e della comunità passa dall’esserci, dal vivere gli eventi della città, dal far emergere la propria voce, dall’essere parte della narrazione collettiva che la comunità fa di sé.

È necessario lavorare ancora per dare nuovo senso alla presenza e alla partecipazione delle persone fragili nei contesti di vita collettivi, professionali o socializzanti, ludico-ricreativi o produttivi, sportivi o culturali.

Continuare a sperimentare e sensibilizzare le imprese su progetti di Responsabilità sociale di impresa che impattino sui livelli occupazionali delle persone fragili, lavorando su percorsi premianti e strategie di creazione del valore.

Affrontare il problema della burocratizzazione dei sistemi di inserimento lavorativo con le istituzioni preposte, per un migliore e più efficace utilizzo delle risorse pubbliche in una logica di prossimità ai bisogni delle persone e di integrazione con il mercato del lavoro.