Nei luoghi, nei quartieri e nei modi
Qualche anno fa centinaia di persone, dopo avere lavorato un giorno intero, hanno firmato il Manifesto del Diritto alla Bellezza nel quale si dichiara che “se le città avessero diritti, quello alla Bellezza sarebbe il primo”. La sottoscrizione di questo documento è stata la promessa di un impegno fondamentale: riconoscere il diritto alla Bellezza a tutti e tutte, partendo dalle persone più fragili. La Bellezza dei luoghi di vita, di cura, di lavoro. La Bellezza nei progetti, nei servizi, nelle competenze, nelle culture. La Bellezza come opportunità di salute, di benessere, di felicità.
La Bellezza è un elemento riabilitativo: un luogo bello è un luogo che accoglie, che dice sì “ce la facciamo”, che parla di rispetto, che crede in te e si occupa di te. Ti ama. Un luogo gentile, che fa bene alle persone che entrano.
Accogliere in luoghi belli
Ogni persona che si rivolge ai servizi, potendo, ne farebbe a meno. Per questo, ogni persona che arriva ai servizi, si sente inadeguata, perdente. Essere accolti e ascoltati in un ufficio, seduti alla scrivania, dietro a un pc, attendendo l’esito di risposte che seguono iter e procedure è svilente: occorre uscire dagli uffici, togliere le scrivanie e creare incontri umani. Accogliere come a casa le persone che si rivolgono ai servizi.
Interagire con la Bellezza è riabilitativo per le persone fragili, ma fa bene a operatori e operatrici, e a tutta la cittadinanza. I luoghi parlano di chi li abita, raccontano della quotidianità e dei valori delle persone che li attraversano: le persone con disabilità, gli operatori che con loro lavorano ogni giorno, meritano luoghi che sappiano raccontare sogni, sfide, esperienze, luoghi che possano parlare alla città per raccontare della Bellezza che tra quelle mura ogni giorno si produce nell’intreccio di relazioni a volte faticose, inusuali, ma sempre ricche di umanità.
D’altra parte tutto il mondo della creatività, della musica e dell’arte, nell’incontro con la fragilità parte per dare e sente di prendere.
Mondi diversi che si fanno bene, che partono altrove e si trovano in un incontro positivo, che sviluppa progetti che fanno bene anche a chi li incrocia.
La cultura fa bene alla salute
La cultura ha rappresentato un vettore di innovazione su cui si è agito, indirizzandone la finalità e collaborando attraverso pratiche di costante co-progettazione. La co-progettazione tra welfare e cultura è diventata consapevolmente leva strategica per agire come agente di cambiamento della città senza barriere per allargare e rendere accessibile l’offerta culturale moltiplicando iniziative e curando l’inclusività di fasce di popolazione e gruppi sociali che non rappresentavano il pubblico tradizionale della cultura.
Abbiamo lavorato per favorire non solo la fruizione della performance artistica e del bene culturale, ma anche per dare la possibilità di partecipare alle fasi di produzione e allestimento, sostenendo l’interazione diretta con gli artisti, generativa anche di nuovi sguardi artistici e linguaggi maggiormente inclusivi.
Abbiamo lavorato per trasferire competenze e sensibilità di natura culturale nei confronti degli operatori del welfare al fine di arricchire una “cassetta degli attrezzi” da utilizzare in modo mirato e consapevole, così come d’altra parte, incrementare le competenze progettuali degli operatori culturali con approcci inclusivi e strategie relazionali adeguate a rendere l’esperienza artistica “viva e tangibile” per i diversi pubblici.
L’alleanza tra welfare e cultura va a modificare in modo sostanziale il fare sociale e la connotazione della città, perciò le altre politiche: se attraverso il patrimonio culturale riusciamo a portare benessere e a trattare temi di fragilità, allora la nostra città può diventare la migliore in cui vivere.
Di pari passo si rende perciò necessario un pensiero anche sulle infrastrutture pubbliche e private, dalla mobilità in avanti, così come sul senso attribuito al vivere e ai ruoli sociali: tutto è pensato per chi è produttivo, ma la nostra società sarà sempre meno composta da persone produttive nel senso che noi attribuiamo oggi a questo termine.
Quello che noi oggi connotiamo come fragilità diventerà per buona parte della popolazione normalità: lo stigma di fragile appiccicato addosso solo a qualcuno non regge più…
Dobbiamo farci di nuovo la domanda: chi sono i fragili?
Basta definirli attraverso una patologia? Un’ età? Una provenienza? Un’esperienza migratoria? Un orientamento sessuale? Una identità di genere? Un conto corrente? L’assenza di una casa?
Oggi abbiamo un’identità sociale connotata dal consumo (essere/non essere consumatori, avere/non avere potere di acquisto determina status, identità, diritti, doveri e condizioni di vita), perciò siamo più o meno fragili a seconda principalmente del potere di acquisto che abbiamo: più abbiamo potere di acquisto, più siamo rappresentati in un certo modo dai media, diventiamo parte della narrazione che viene fatta dai media della nostra società.
È qui che la cultura deve invece farsi plurale, essere voce di chi una voce non ha, di chi non viene rappresentato perché non ha potere, perché escluso: è solo tenendo narrazioni articolate e rappresentazioni varie che nel nostro immaginario sarà concepibile l’intersezionalità che porta la persona ad essere vista a 360° e non solo per la patologia, la forza economica, l’età, …
Queste sono riflessioni che dobbiamo affrontare innanzitutto culturalmente per trovare nuove parole che aiutino a costruire nuovi pensieri sulla società e nuove responsabilità, oltre l’efficientismo, la capacità e il potere di acquisto.
Porre al centro della progettazione culturale le persone e il tema dei diritti; uscire dalle stanze, dai teatri, dai musei, dalle biblioteche, per invadere le strade e i quartieri; cambiare linguaggio e sperimentare soluzioni per interrogare, accogliere, incuriosire e rilanciare, puntando su una comunicazione inclusiva e su allestimenti capaci di rendere la cultura interessante ed attrattiva per tutti e tutte, non solo per pochi, è il mandato con cui ho agito in ambito culturale.
Saper osservare, saper apprendere, saper valorizzare, saper disimparare e rimparare nuovamente: estendere il Reggio Approach per comprendere il talento e il processo creativo di apprendimento e di interpretazione del mondo delle persone fragili.
Questa è una chiave per includere, per essere cittadini, per lavorare sulle capacità e non sulle mancanze, per stupire e farsi stupire da quello che troviamo nelle persone.

