02 | Nuovo Welfare

ALLARGHIAMO IL NOSTRO APPROCCIO A TUTTE LE FRAGILITÀ E ALLE PERSONE CHE VIVONO SITUAZIONI O PERIODI DI DIFFICOLTÀ

Abbattere le barriere fra le fragilità, fra le patologie, fra mondi che si ritengono diversi, recintati, è la cosa che dobbiamo riuscire a fare. Abbiamo imparato che se le persone smettono di rifiutare la fragilità ci si riconoscono.

La fragilità è una condizione umana.

C’è uno stereotipo consolidato che ci porta a pensare che esistano persone fragili e persone che invece non lo sono. Credo sia necessario scardinare questa convinzione e riappropriarsi dell’idea che la fragilità è insita nella natura umana.

Fragile non vuole dire debole, fragile vuole dire che ha bisogno di cura, che si può rompere, che è prezioso ed unico.

Siamo esseri che necessitano di cura e che possono donarsi alla cura degli altri. Lo siamo quando siamo bambini e ci affidiamo alle cure dei genitori, lo siamo da adolescenti, da anziani, lo siamo perché possiamo essere persone con disabilità, possiamo incontrare la disabilità nel corso della nostra vita, possiamo ammalarci.

Chi ha conosciuto la cura sa apprezzarne il valore.

Occuparsi di educazione e di cura oggi è quantomai difficile; lo è perché si tratta di professioni estremamente complesse, che richiedono competenze e attitudini umane che si modellano e consolidano con l’esperienza. Sono professioni che richiedono una formazione di alto livello a cui corrisponde una retribuzione non adeguata. Lo è perché la società svilisce questi ruoli, che spesso vengono visti come scontati o poco impegnativi.

Forse è da questo che dobbiamo ripartire: le persone che si prendono cura degli altri sono estremamente capaci di gestire le complessità, sanno essere in ascolto, sanno trovare soluzioni e strategie anche in situazioni straordinarie.

Occuparsi di educazione e cura significa non solo svolgere un lavoro, ma avere un impatto sociale nel territorio, incidere nella vita delle persone, delle famiglie, delle comunità. Significa lavorare ogni giorno sulla fiducia, che non è mai un dato acquisito ma che necessita di essere alimentata giorno dopo giorno e che può essere distrutta in un attimo. E’ una scelta coraggiosa, di persone che credono nelle altre persone e che hanno una visione di futuro.

In questo paese che ha un evidente problema a lavorare sul futuro e a immaginarlo, scegliere di dedicarsi alla cura e all’educazione rischia di diventare un atto di eroismo.

Non possiamo arrenderci a questa realtà perché tutti abbiamo bisogno di cura, tutti stiamo meglio quando sappiamo di potere contare su qualcuno che ci aiuti nei momenti di difficoltà, che si occupi dei nostri figli, dei nostri genitori o fratelli, che garantisca loro opportunità che altrimenti sarebbero precluse. Tutti stiamo meglio quando sappiamo di avere al nostro fianco qualcuno che ci sa leggere, ci sa ascoltare, qualunque sia il nostro linguaggio, qualcuno che ci sa capire e aiutare a migliorare.

Investire sulle risorse di cura ed educazione significa credere in un futuro migliore in cui tutte le persone si possano sentire accolte e incluse. Fare gare al massimo ribasso sui servizi alla persona non dovrebbe essere un vanto per nessuna amministrazione, continuare in questa direzione significa mettere a rischio la tenuta di un sistema che già oggi è al limite.

Vorrei che nella assunzione di decisioni su come organizzare servizi, strade, piazze, parchi, scuole, ecc.,  l’ente locale  non trascuri e sia consapevole che il tipo di scelta adottata condiziona la vita di tutte le persone che abitano e vivono la città.

La fragilità deve diventare una cosa di tutti e tutte, non solo degli addetti ai lavori, perché è una dimensione collettiva. Di cui parlare fa bene. Oggi la città è divisa fra persone che riescono a nascondere la propria fragilità, e persone la cui fragilità è talmente dirompente che devono rivolgersi ai servizi. Io sono te e tu sei me: nessuna famiglia, nessuna persona è immune da difficoltà, fragilità, lievi o temporanee perdite di certezze e stabilità: salute, soldi, fisiche. Sono sempre più numerose le famiglie e le persone indebolite dalla vita.

Queste persone ci riguardano: condividono la quotidianità con noi, al lavoro o nel tempo libero, possono essere persone con cui collaboriamo professionalmente ma anche persone a cui siamo legati da un sentimento di amicizia, poi capita che possiamo vivere in prima persona momenti di fragilità o di maggiore fatica.

Le persone fragili ci hanno dimostrato di essere i migliori educatori alla fragilità. Credo che occorra una grande azione corale per rilanciare la bellezza di questi ruoli, per fare emergere il potenziale di queste professioni, credo che insieme dobbiamo scrivere una nuova narrativa di queste professioni, e penso che questo possa partire solo da Reggio Emilia.

Ridiscutiamo con la gente per il welfare della città

Quello che abbiamo fatto sulla disabilità deve essere fatto per provare a dare risposte anche ai bisogni di chi è temporaneamente indebolito dagli eventi della vita, per ripensare le modalità con cui consideriamo e diamo valore a problemi, persone, ambiti di intervento, risorse, luoghi.

C’è bisogno di confrontarsi e progettare insieme alle persone che vivono le difficoltà quotidianamente, c’è bisogno di sostenere le loro progettualità, di costruire risposte flessibili, di rinforzare le loro autonomia e la loro capacità di autodeterminazione.

Occorre un welfare maggiormente partecipato nelle finalità e negli interventi. Pensare e agire nuovi modi di pianificare e programmare il welfare cittadino a partire dall’incontro tra servizi pubblici, aziende private, idee e servizi proposti ed offerti dal Terzo settore. È il momento di un nuovo e rigenerativo percorso partecipato di ridefinizione del welfare cittadino: per questo c’è bisogno della collaborazione di più soggetti che insieme all’amministrazione comunale innovino il sistema di programmazione e di metodi e strumenti che facilitino questo percorso. C’è bisogno dei cittadini e delle cittadine, c’è bisogno della comunità, c’è bisogno dei territori. Occorre costruire reti flessibili di professionisti e professioniste con competenze diverse da poter attivare per supportare le persone su aspetti specifici dei loro problemi. Occorre avere tempi adeguati d’intervento. Occorre misurare l’efficacia dell’intervento.

Occorre anche definire modalità di costruzione del sistema dei servizi con il contributo del privato sociale e del welfare aziendale.